Documento riprogrammazione CTMammut

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Centro Territoriale Mammut - anno 2018/19

Questo  documento contiene le intenzioni del CTMammut per l’anno che verrà e l’analisi del contesto da cui siamo partiti. Ne proponiamo la lettura a quella che riteniamo la nostra comunità allargata (reale e virtuale) confidando in commenti e consigli utili a migliorare il tiro.

Redattore del documento: Giovanni Zoppoli

  1. Da dove partiamo

L’anno 2017/18 è stato  più che mai denso di elementi nuovi. Le criticità/possibilità su cui ci soffermiamo di seguito sono quelle saltate maggiormente al nostro occhio durante il lavoro su campo dello scorso anno. Lungi dall’essere oggettivi e onnicomprensivi, i punti evidenziati costituiscono i famigerati macigni sociali senza affrontare i quali non riusciremmo a produrre cambiamenti significativi  nemmeno con i singoli e gruppi di bambini, ragazzi e adulti con cui lavoriamo. E’ insomma la comune tensione, l’intensione (quantomeno quella) a lavorare su elementi sovra  individuali, grazie alla quale riusciamo a  concentrarci anche sul singolo.

Del resto questa è una delle eredità più importanti di autori come Dewey: fare scuola e educazione significa prima di tutto tenere presente il tipo di società di partenza e quella a cui vogliamo invece arrivare, anche utopisticamente (per dirla invece con Goodman) .

Premessa più che mai necessaria è che nel grande turbillon in cui ci troviamo ci sono di certo molti elementi positivi, anche insperati qualche anno fa.  Molti i frutti del tempo nuovo, baluardi incoraggianti anche per le ripartenze più difficili. Ad esempio i risultati più recenti della ricerca in campi fondamentali per la vita come le neuroscienze e la medicina; il livello di maturità raggiunto da pratiche e teorie di scienze sociali come la psicologia e da ambiti di indagine  come la fisica quantistica, capaci di aprire  scenari del tutto innovativi  rispetto al rapporto con lo  spazio e con il tempo; i salti compiuti dalla tecnologia, che permettono oggi di fare cose inimmaginabili fino a pochi anni fa, con ricadute enormi sulla via dell’umanità, come l’allargarsi dell’orizzonte di viaggio dal globo terrestre alla galassia; e una più generale consapevolezza che va facendosi strada in molte coscienze in maniera non superficiale.

C’è anche un altro aspetto  che – seppure molto ambiguo - potrebbe incoraggiarci rispetto al lavoro del nostro tempo. Se Bakunin fosse ancora in vita e  decidesse di accontentarsi, avrebbe probabilmente qualche motivo per essere contento di quello che sta accadendo, in Italia e nel mondo. In effetti molti degli equilibri del potere rappresentativo sono stati messi in crisi, portando una buona fetta di ceto politico (e relativo indotto) a  cercare altra sistemazione lavorativa. Molto di quanto valeva fino a un paio di anni fa, non vale più oggi e il fiume di (apparente) rinnovamento ha travolto anche molte delle cose che a noi non sono mai piaciute. A partire dal parassitismo e dalla sciacallaggio che organizzazioni grandi e piccole del sociale, i fantomatici “buoni”(di cui il nostro compagno Luca Rastello ha parlato con maggior vigore e meglio di noi tutti) avevano istituito come sistema. Un sistema che però, come messo in risalto in molte altre occasioni, aveva già cominciato a fare acqua da tutte le parti da almeno un decennio. Esasperando gli elementi negativi di questo settore, anche a seguito dei tanti tagli. Non vale la pena continuare a mettere ancora una volta in evidenza quanto il sociale sia stato ridotto a mercato di accattonaggio, sempre più lasciato alla mercè di organizzazione private (bancarie per lo più). Sempre più spesso nello scorso anno ci è capitato di assistere a Napoli a fenomeni identici a quelli visti in Paesi come l’Etiopia: grosse aziende (nemmeno più del sociale) che cercavano di aggiudicarsi set e attori di territori diventati preziosi come Hollywood, comprandosi operatori sociali  per quattro soldi. Un processo molto simile a quello con cui gli USA, e gli altri Stati potenti poi, hanno cercato di comprare partner locali da utilizzare militarmente. Ora assistiamo all’acquisto diretto di territori da parte del mercato, e ad un prezzo sicuramente migliore.

E’ appunto questo uno degli elementi che ci sembra sia emerso con maggiore chiarezza nello scorso anno: l’accorciarsi della distanza tra mercato e popolazione, con una intermediazione sempre più soft da parte della politica. Ma di questo tra un po’.

Di positivo insomma c’è una sorta di azzeramento, a seguito dei  colpi mortali a un sistema ormai in crisi e a cui quasi più nessuno, in buona sostanza, credeva più. Compresi i meccanismi fracidi su cui viaggiava il parlamentarismo nostrano degli ultimi decenni.  Altrettanto chiaro appare che a fronte di tutto ciò politicamente  c’è il vuoto che avanza, e poco altro. Un vuoto naturalmente con ripercussioni pesanti sulla realtà. Ma se vuoto c’ è, esiste anche  un’ottima premessa per  ricominciare a costruire qualcosa. A patto però di aver ben chiaro quello che si muove sotto questo vuoto, a livello mondiale e in ciascuno di noi.

I due motori

L’anno che è appena trascorso ci sembra infatti aver tutt’altro che spazzato via  i due antichi  motori che  spingono le cose sul nostro pianeta: il mercato e lo spettacolo. Motori che nessuno più osa mettere nemmeno in discussione, mentre  muta e si  potenzia  la modalità  con la quale  questi motori si sono imposti sulle nostre vite.

La  spinta forse più potente è quella  verso l’ibridazione uomo/macchina. Gli esperti ci hanno presto fatto capire che non c’è un rischio di sostituzione della macchina rispetto  all’uomo, ma piuttosto il trend è verso un’ibridazione simbiotica. Non siamo ancora riusciti a capire se c’è qualcuno seduto nella stanza dei  bottoni mondiali che progetta tutto questo a tavolino , ma di certo è questa la direzione auspicata oggi dal mercato ed è quello a cui l’umanità, dalla culla in poi, viene attualmente addestrata con una perizia senza uguali. E in molti modi. Il primo è senz’altro quello di creare un’abitudine di vita simbiotica con apparecchi/macchina. E’ sotto gli occhi di tutti la quantità di tempo che ogni cittadino, a partire dalla più tenera età, trascorre attaccato a cellulari, tablet e, più in generale, alla rete. Apparecchi divenuti  già una protesi del corpo umano, luogo altro dove la maggior parte degli abitanti del pianeta ha dimora  stabile.

Il secondo modo nuovo è il cambiamento che sta avvenendo nella fruizione di beni e servizi, anche quelli relativi al tempo libero.  Se gli schermi hanno ormai invaso le città  (nelle stazioni, nei bar, nei negozi… impossibile non esserne raggiunto in una normale passeggiata cittadina) è forse il mutamento avvenuto nell’assetto di musei grandi e piccolli (dalla Tate Gallery di Londra a Città della Scienza di Napoli), dove nel migliore dei casi (ovvero dove ancora esiste un’opera d’arte) è stata praticamente azzerata la  possibilità di rapportarsi a quell’opera senza l’intermediazione di una macchina/schermo/immagine.

Il terzo riguarda più da vicino noi, pedagogisti e educatori. L’origine è da rinvenire probabilmente in  qualche decennio fa, quando a Università americane e altri luoghi della ricerca autorevole cominciarono ad arrivare fondi soprattutto per quei settori utili alla robotica e all’ automatizzazione.  Nella psicologia ad esempio, dove all’approccio umanistico venne decisamente preferito quello cognitivo-comportamentista. Di fatto quella a cui assistiamo in questi campi è una lenta abdicazione di tutti quegli approcci basati sull’essere umano come essere “altro” rispetto alla macchina. Un fondamentalismo cognitivo-comportamentista (il cui apporto, beninteso, è assolutamente  fondamentale) che ha via via squalificato altre modalità di conoscenza e cura.  E’ forse questo  uno dei fattori più facilmente collegabili alla forte crisi della pedagogia attiva, che con l”’uomo macchina” non ha mai avuto troppo a che fare. Basti dare uno sguardo ai programmi (pubblici e privati) di innovazione didattica su cui la “nuova scuola” dovrebbe riorganizzarsi.

Elementi da mettere in luce rispetto alle modalità di addestramento al nuovo ce ne sarebbero molti altri, ma a noi basta fermarci a questi per mettere in risalto quanto  la cultura dell’uomo macchina sia arrivata livelli notevoli.

Lo società dello spettacolo continua ad essere tra i principali strumenti utili a portare a compimento questo processo, perché fa leva sulla patologia di massa del secolo: “il narcisismo”, ottima via per separare la persona dalla sua autenticità, dal suo proprio sentire, da sentimenti e emozioni, addestrandolo sin da bambino a vivere in funzione del soddisfacimento delle richieste di un “altro”.  Altro (che un tempo fu il genitore e oggi è il mercato)   da cui finisce per dipendere in eterno.

Molti sono gli analisti sociali che hanno bene messo in luce il processo di smaterializzazione dell’economia che non è di certo incominciato non l’anno scorso. Fino a poco fa il risultato più evidente di questo coincideva col primato della finanza, oggi la forma è ancora  diversa, con l’unica certezza della capacità che questa “cosa” ha assunto di controllarci nell’intimo,  nella maniera più subdola e manipolativa probabilmente mai raggiunta dall’umanità fino ad oggi. Facendoci diventare sempre più parte di un grande cervello (virtuale) collettivo, dove non esistono più dualità un tempo inconciliabili (come menzogna e verità), dove frasi chiave diventano l’arma più potente mai esistita (come il dichiararsi vittima dei poteri forti, salvo essere in realtà servi di quelli più forti ancora).

In questo ambito l’addestramento non riguarda  il “cosa”, ma il “come”. In altri termini non conta niente se tu usi i social per schierarti contro il mercato, contro il sistema, contro questo o contro quello. L’unica cosa importante è che tu usi i social.  Purtroppo usare i social in maniera efficace non è come usare una forchetta o ogni altro strumento  a cui l’evoluzione ci ha abituati. Per usare efficacemente i social è indispensabile che tu adotti un assetto psico fisico conseguente, che entri in una modalità di essere e stare in società idonea. Il processo  di scissione tra corpo e psiche, tra sé narcisistitco e sé autentico, processo ovviamente già iniziato da tempo, trova così il suo culmine.

Segnali di questo cambio antropologico sono più d’uno, e cominciano ad essere messi in evidenza con sempre maggiore lucidità da chi ancora riesce a studiare società e psiche. Tra questi segnali la perdita progressiva della capacità di concentrarsi per più di dieci minuti (incapacità a leggere libri dall’inizio alla fine, incapacità ad ascoltare interventi in convegni, etc). Come interpretare altrimenti lo sguardo perso di molti nostri  interlocutore quando un ragionamento comincia a farsi più lungo del tempo di un post. Perdita dunque della capacità di pensare, assieme a quella di sentire (della funzione destra e di quella sinistra del cervello, per dirla con Betty Edwards). Fattore che fa si che anche  documenti come questo - ove mai il lettore sia riuscito ad arrivare fino a questo punto -  non scalfisca minimamente il pensiero di chi lo legge.

Ribadiamo che dal nostro punto di vista nello sviluppo della tecnologia  c’è senza dubbio un mare di positività, a  partire dal fatto che la maggior parte delle azioni che consideriamo utili e importantissime (e anche di quelle messe in campo anche dallo stesso Mammut nello scorso anno) senza social e nuove tecnologie non sarebbero nemmeno potute esistere. Qualsiasi cosa oggi si pensi di fare non può prescindere da questa grande ricchezza. Non resta che fare i conti con quest’altra grande contraddizione (una indicazione chiara e forte  della Vita sugli aspetti di noi stessi che proprio non possiamo più permetterci di non cambiare?).

Da che parte stare

Tornando al nostro povero Bakunin, alla luce di quanto detto non avrebbe probabilmente potuto gioire per le vicende vissute oggi in Italia e nel resto dell’Occidente. Anche perché a chi la nebbia non ha ancora offuscato del tutto lo sguardo, risulta davvero difficile uniformarsi a pensieri sempre più prevalenti del tipo:  “le ONG sono la causa del problema immigrazione”.  Nulla è cambiato in merito:  la causa dell’immigrazione, della delinquenza giovanile e di ogni altro fenomeno che fa audience,  vanno cercate in buona parte nelle scelte aziendali dei grossi gruppi (anche in lotta) per il nuovi asseto che ricchezze e potere stanno prendendo a livello mondiale. E dovendo decidere da che parte stare, noi continuiamo a scegliere la croce rossa, senza se e senza ma. Non potendo che continuare a sollecitare noi stessi e i nostri compagni di strada a ripartire da questa altra  contraddizione (di cui noi stessi, come Mammut, siamo parte).

A partire da quanto detto  riportiamo il discorso ai nostri ambiti più specifici di intervento, elencando le  criticità su cui ci soffermeremo di più  a partire dal nuovo anno.

  1. Restrizione di spazi di libertà dell’infanzia. Indicatore importante a riguardo è la crescita esponenziale  del numero di  campi estivi registrata negli ultimi 3 anni. Solo dieci anni fa a Napoli la definizione  “campo estivo” era sconosciuta ai più. La scorsa estate è diventata la norma mandarci un figlio, tanto per i ceti più ricchi quanto per quelli più poveri. Salvando le molte esperienze di qualità (quasi mai per il ceto dei poveri), questo elemento a noi interessa perché mette in risalto una tendenza sempre più consolidata. Fino a una ventina di anni fa l’estate per i bambini napoletani (di qualsiasi ceto) coincideva con la strada, luogo di crescita a partire dall’imprevisto e dall’incontro fortuito. Oggi questo non avviene più, ogni momento della vita del bambino deve essere monitorato e controllato da un adulto. Il guinzaglio può essere più o meno lungo, ma senza un adulto che sorveglia non se ne fa  nulla, si resta a casa con tablet e altre tecnologie, di uscire non se ne parla.

Nel caso dei campi estivi l’adulo è quasi sempre un “privato”. In inverno, a scuola, le cose non vanno diversamente. Il patto tra insegnante - o altro adulto messo a fare la guardia (allenatore, laboratorista) e genitore rimane lo stesso: sorveglianza a vista o non se ne fa niente.

Per questo abbiamo accolto con grande interesse il libro di Codello sull’educazione incidentale.

Una rete che fa sperare è appunto quella delle scuole libertarie, che seguendo gli insegnamenti di Colin Ward, cerca di ripartire da questi spazi negati di libertà dell’essere a cominciare dall’infanzia.

La prima criticità su cui intendiamo soffermarci l’anno prossimo sarà pertanto l’occupazione dell’infanzia da partedi una scuola pubblica sempre più burocratizzata e asservita all’idea dell’uomo macchina e al più aggressivo dei marketing (quello per l’infanzia).

Unico antidoto resta il (donchisciottesco) tentativo di riportare l’attenzione sulla città a misura di bambino, fare leva sul residuo senso di responsabilità di chi gestisce la cosa pubblica, affinché qualcosa possa cambiare in direzione contraria al trend prevalente.

 

  1. La separatezza tra le due città, sempre più evidente, al di là dell’apparenza e dei comuni bisogni di consumo. Napoli, cartina di tornasole, è più che mai una città dove chi ha soldi (e cultura) fa un tipo di vita completamente diversa da chi non ne ha. Modalità di accesso e qualità delle prestazione di sanità, scuola e altri servizi cambiano radicalmente rispetto alle due macro categorie. Semplificazione che a molti sembra anacronistica, ma che da cittadino napoletano risulta evidente più che mai. Pur nelle mille nuove sfumature.

 

Alla base di queste due criticità c’è  ovviamente la cultura di massa  che va facendosi strada, quella di cui abbiamo parlato fin qua. E di cui  sintetizziamo i punti più indicativi rispetto ai nostri propositi per il prossimo anno:

  1. Addestramento fin dalla nascita nel dover accontentare le richieste di un altro
  2. Perdita di contatto con proprio corpo e sé autentico
  3. Addestramento sin dalla più tenera età a perdere ogni spazio fisico di autonomia e libertà
  4. Perdita progressiva della capacità di ragionamento e analisi

 

II. Il cambiamento

E’ a partire da questa analisi che intendiamo mettere in campo il nostro lavoro di ricerca azione per l’anno prossimo. Consapevoli più che mai di poter pesare  meno di un granello di sabbia. Ma anche del fatto che il nostro è un lavoro di ricerca azione e, se ci fermassimo  all’analisi,  verremmo meno al nostro dovere. Come ogni anno indirizzeremo le nostre azioni quotidiane (basate sull’unicità del momento educativo,  il più possibile liberato anche dai tanti schemi preconcetti contenuti in questo documento) con bambini, ragazzi e adulti, verso la possibilità di cambiamento.

Le azioni Mammut 2018/ 2019 e lo sfondo integratore

Arriviamo al nuovo anno Mammut. E come sempre partiamo con la proposta  di un nuovo tema/sfondo integratore della ricerca:  Il  padre/l’autorità/il gioco

Il lavoro sulla separazione dello scorso anno ha dato molti frutti, essendo anche il tema del nuovo anno figlio più che mai del lavoro svolto in quello precedente.

Nello  scorso ciclo  abbiamo raccolto molte tracce attorno a premessa e ipotesi di ricerca iniziale. Il tema del non lasciar andare, trattenere alunni e altri educandi (grandi e piccoli) si è confermato uno degli ostacoli più importanti al processo di crescita di educando e educatore (ma anche tra gli alleati più importanti rispetto al trend di ibridazione uomo/macchina di cui prima e che proprio su una simbiosi si basa). Raccogliendo allo stesso tempo molte prove sul fatto che un lavoro svolto secondo  metodologiedella pedagogia attiva (che nel nostro caso andiamo chiamando “pedagogia delle tane”) possa consentire molti passi in avanti su  questo punto, sbloccando processi di apprendimento e la più generale crescita nella vita di grandi e piccoli.

Con una consapevolezza maggiore: la differenza tra il tipo di stile educativo che vorremmo e tutto il resto la fa  una coraggiosa ricerca personale capace di radicalità. Non si possono fare progressi se non si mette mano ai cambiamenti che i temi di vita dei nostri alunni e educandi, risuonando con i nostri, ci fanno saltare agli occhi. Se non c’è volontà di cambiamento, di lavorare temi interni che  riguardano la nostra vita personale,  prima che professionale, nessun vero cambiamento potrà avvenire nel processo educativo e nell’organizzazione in cui questo è  inserito (scuola o associazione che sia). Premessa che va a braccetto con quanto detto nel documento introduttivo: il cambiamento per noi è possibile solo in presenza di  uno sguardo parallelo e costante al macro e al micro, al livello collettivo (politico) come a quello individuale (psicologico esistenziale).

 Relativamente al micro,  è importante sottolineare ancora  una volta che rimaniamo  in un’ottica di processo fisiologico e non clinico, nell’ambito proprio della pedagogia, che è quello dell’accompagnamento e potenziamento della salute,  non di cura della malattia. Il primo è un compito (dovere più che onere) del maestro  e di ogni educatore, il secondo no e va lasciato a medici, psicologi e altri specialisti. Anche alla luce di quanto emerso nelle sperimentazioni dello scorso anno, ci  sembra importante ricordare quello che in merito ci hanno insegnato gli iniziatori del nostro approccio  come Dewey, Freinet, ma anche Montessori, Danilo Dolci, Deligny, A. Langer e molti altri:   se un maestro (o  educatore più in generale) non adempie al compito di cura dell’intera persona del suo educando (cura intesa appunto come accompagnamento/potenziamento del processo di crescita) commette una  negligenza grave, ancor più  grave rispetto al mancato passaggio di competenze curriculari. Purtroppo quanto siamo andati verificando sempre con maggiore frequenza in questi anni è che a questo compito il maestro (educatore) ha sempre più abdicato.  La paura  di entrare in contatto con parti piùo meno profonde dell’altro (che altro non sono che la risonanza delle parti più meno profonde di se stesso) diventa la scusa per non mettere mano ai temi di vita “normali” dei propri alunni. La presunta non invasività diventa mancato intervento in un processo ancora in piena evoluzione che  lui, il maestro,  avrebbe potuto invece accompagnare positivamente, evitando degenerazioni patologiche, magari semplicemente omettendo di fare i tanti atti di sopruso che quotidianamente compie senza nemmeno accorgersene.

Per farlo serve ovviamente tenere in piedi un dialogo costante con il proprio sé, esercitandosi a leggere con onestà dinamiche interpersonali (cosa davvero difficile da fare  da soli, senza un gruppo di confronto preparato o senza l’aiuto di un professionista del settore. Ad esempio è davvero una cosa molto strana che la supervisione psicologica nella scuola non sia mai stata adottata come elemento essenziale, cosa invece accaduta in passato per altre professioni del sociale).

Non stiamo parlando di concetti  astratti e metafisici. Ma semplicemente di qualcosa che ha a che fare con il proprio sé, con quanto esiste ed è tangibile, a partire dal corpo e dalla percezione che ne riusciamo  ad avere.  Ancora una volta facciamo riferimento alle scienze, alle  filosofie e alle  altre discipline che da secoli indicano queste vie, ad ognuno la sua. Il Mammut non si sostituirà mai alla coscienza e alla  volontà individuale, nella convinzione che il tempo di santoni e luminari sia finito.  Senza però rinunciare ad esercitare con ancora maggiore convinzione e forza il ruolo di accompagnamento e potenziamento  della salute individuale e collettiva come pratica pedagogica.

Perché il padre

Nello scorso ciclo è venuto a galla uno dei principali fattori di blocco nel processo di separazione/individuazione delle ultimi generazioni. Questo fattore è “banalmente” il padre, in senso astratto e figurato. In poco meno di un secolo abbiamo assistito alla decadenza ineluttabile di una delle due funzioni genitoriali determinanti al pari dell’altra. E a farne le spese in primis è stato proprio uno dei principali campi della funzione paterna:  il processo di  separazione individuazione. Quello dove il padre (o chi ne svolge le funzioni) svolge un ruolo determinante di accompagnamento verso l’esterno, verso il fuori della famiglia. E’ il ponte, amorevole ma determinato e capace di mettere a tacere il diluvio dei  sentimenti, verso la società dei  grandi. Nella tradizione mitica (di una società non medicalizzata)   è  lui che taglia il cordone ombelicale.

E’ necessario ribadire che stiamo parlando di un processo intrapsichico, riportato  in ambito educativo. Parliamo principalmente delle funzioni svolte da un educatore e, inevitabilmente, dell’equilibrio raggiunto da quell’educatore rispetto alle parti del proprio sé preposte a queste funzioni (si guardi alle teorie dell’analisi transazionale, della gestalt e della bioenergetica in riferimento alle dinamiche bambino, genitore, adulto. Tra gli autori più chiari in merito Thomas A.Harris, in particolare nel saggio “Io sono ok, tu sei ok”, ma anche il lavoro di Bennet Shapiro relativamente ai più recenti sviluppi della bionergetica internazionale).

Nel secolo precedente ha perso del tutto credibilità la funzione paterna come capofamiglia, autorità intoccabile, distante,  che non prende parte alla vita quotidiana dei figli se non in questo modo. Eppure,  in mancanza di altre.  questa è la percezione che sembra permanere  in piedi nelle profondità dei figli del 2000 (modello a cui uniformasi o a cui contrapporsi, non fa troppa differenza). Il padre che si arrabbia, il padre inarrivabile, il padre super impegnato per iper lavoro o disoccupazione, il padre come spauracchio da sventolare al figlio disobbediente, il padre da aizzare contro il primo mal capitato.  Descrizione che finisce  per  coincidere, per altro verso, con la figura di essere umano essenzialmente stupido, in fin dei conti innocuo o facilmente neutralizzabile da una “femmina”  che ci sa fare, limitato, incapace di badare a sé stesso per più di qualche ora senza una mammina – e successive sostitute – che si prenda cura di lui.  E’ purtroppo questa l’immagine di padre più ricorrente (quando  c’è, e quando non c’è si pretende che siano altri  - nonni, educatori e affini - ad interpretarla). Immagine che, come per il parlamentarismo di cui parlavamo prima,  ha di fatto perso credibilità e forza (per fortuna). Ma l’intimità madre figlio diventa in questo modo ancora più irraggiungibile per il padre rispetto  al secolo scorso. Dinamica  nella  quale il padre riveste ovviamente un ruolo attivo,  con precise responsabilità. Anche perchè in mancanza di un modello di padre a cui riferirsi,  lascia  campo  libero alle pulsioni simbiotiche, finendo molto spesso per esercitare anche lui una preminente funzione materna. Il padre si è lasciato esiliare al terreno di eterno bambino travestito da super io, lontano dall’intimità familiare. In senso astratto  e figurato anche qui.  Poco conta se il padre è  rimasto sotto il tetto coniugale o meno, abbiamo incontrato casi molto critici di funzione paterna assente sebbene chi la esercitava continuasse a convivere sotto lo stesso tetto, a fronte di situazioni più equilibrate dove i padri avevano invece deciso di esercitare la propria funzione  da separati.
Insomma la sfida a cui anche noi vogliamo puntare in questo anno di Mammut  è   la ricerca del padre, o meglio della sua funzione,  in ciascuno di  noi e nella collettività di cui siamo parte. La ricerca di quella funzione capace di stare dentro, ma di farsi allo stesso ponte verso la fine  del diluvio, verso terre nuove che solo il navigante potrà scorgere.  Ben consapevoli che tutti i venditori di verità su questo argomento fanno parte del problema, perché  non esiste oggi una figura di padre perfetta a cui tendere. Additare modelli di padre equivale a entrare a far parte del delirio narcisistico sfruttato da chi della difficoltà umana ha fatto la propria miniera. Esiste però la possibilità di rendersi conto di questo problema e di mettere in campo una ricerca autentica per tentare di affrontarlo. A partire dalla ricerca della responsabilità di ciascuna delle parti in gioco (madre e padre interni ed esterni) in questa dinamica devastatrice.

Della mancanza di un padre credibile facciamo i conti ad ogni livello della nostra vita. In quella scolastica (non a casa ci sembra che l’unica spinta vitale venga oggi dalla rete di scuole libertarie dove centrale è il dibattito attorno al concetto di autorità) prima di tutto.  Nella sfera della politica, dove è ormai introvabile una  figura di guida, di autorità  capacità di farsi rispettare senza uso della forza o senza ossessiva ricerca del consenso. La manipolazione è il potere, a partire dalla sfera economica che come dicevamo prima  ricorre oggi sempre meno alla mediazione della politica rappresentativa.

Indagando sulla  mancanza di un padre credibile  (soprattutto interno stavolta) si arriverà a scoprire qualcosa di nuovo  anche  sulle ragioni alla base della mancanza di lavoro e occupazione, di crisi del terzo settore e di grande svantaggio di alcune aree territoriali da secoli addestrate alla dipendenza di altri capi.

Ed è proprio ne posto vuoto lasciato da “padri credibili”  che rischia di sopravvivere ( e  prendere il sopravvento)  solo il  maschile più bieco (per molti come  Trump e Putin ), quello che ha imparato a parlare i nuovi linguaggi della grande mente di cui sopra e  che fa leva su pulsioni infantili mai superate (il diluvio della perdita di possesso infantile e successivi derivati come proprietà, denaro,  potere, sesso).

Sarà quindi questo il nostro sfondo integratore dell’anno. Portandoci ad indagare con maggiore accuratezza temi come quelli di potere e autorità (a partire da Adorno e dalla scuola di Francoforte), ma anche aspetti più caldi che pure sono ascrivibile alla funzione di accompagnamento verso l’età adulta ascrivibile al padre; prima tra tutti il nostro amatissimo gioco.

Azioni della ricerca

Queste saranno le azioni che metteremo in campo a partire da settembre, base della ricerca aperta a tutti quelli che vorranno entrare a farne parte.

 Partendo ancora una volta dal racconto di Miti inerenti allo sfondo  integratore e da quello che ne seguirà nei cerchi scientifici filosofici con e piccoli grandi.

  1. Giornate e cicli di formazione esperienziale e supervisione, seminari e convegni sulla “pedagogia delle tane”, a Napoli e in altre città d’Italia. Da ottobre ripartiamo con il lavoro  di ricerca e formazione   (per scuole  e  altri gruppi di attivisti) basato su quanto vissuto su campo  da educatori,  insegnanti e altri sollecitatori. Seguendo lo stile dei cerchi di discussione scientifico filosofici rodati in questi anni nelle redazioni/sperimentazione del Barrito dei Piccoli, del percorso faranno parte metodologie e tecniche di insegnamento apprendimento e della relazione di cura (attraverso comunicazione teatrale, pittura e altre arti, assieme al contributo di  gestalt, bioenergetica e tecniche della ricerca socio antropologica).

 

  1. Sperimentazioni attorno al Barrito dei piccoli, direttamente su campo, nelle classi e in altri luoghi dell’educazione.  E’ il lavoro di redazioni del nostro giornale.

 

  1.  I laboratori  di  antropologia.  La novità per il prossimo anno  saranno i percorsi presso la sede Mammut in piazza Giovanni Paolo II di Scampia e presso altri siti di gruppi amici in contesti naturalistici.

Oltre alle scuole e agli altri gruppi che partecipano all’intero percorso di sperimentazione (da settembre a luglio) avvieremo percorsi più brevi (da 3ai 5 incontri) per sperimentare direttamente con gli insegnanti e i loro alunni (gruppi di massimo 25 bambini per volta) modalità di scuola attiva a partire dall’insegnamento di matematica, italiano, storia,geografia, educazione artistica,motricità, teatro.

 

  1. Attività territoriali nella sede di  Giovanni Paolo II a partire dalla creazione di comunità  portata avanti da anni con ragazzi e adolescenti del territorio. Tra le principali attività fulcro la ciclofficina, la break dance, la sala di produzione musicale, la mediateca e lo spazio di libera partecipazione.

         

Per info e altre modalità di partecipazione: +39 338 5021673 e mammut.napoli@gmail.com

 

 

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